• Il tempo

    “Non ho tempo”.

    Questa sembra essere la “parola d’ordine”, o il mantram, dei nostri giorni.

    Il tempo inteso come “quantità” scandito da un meccanismo “fatale”: l‘orologio.

    Giorni, ore, minuti, come se fossero uguali per tutti. L’orologio regola la catena di montaggio e produzione in serie per le moderne società delle masse e dei consumi. Consumo anche del tempo.

    Il tempo: una linea orizzontale continua, che si snoda inesorabile dalla culla alla bara, esprimibile quasi in “centimetri” di ricordi, di rimpianti, di soddisfazioni e piaceri…resoconto di ragioneria statistica.

    La qualità del tempo, invece, spesso ci sfugge, generalmente l’ignoriamo del tutto, ci è quasi diventata indifferente. Dimenticata! Se la volessimo esprimere, non sapremmo e non potremmo neppure farlo. Non ne abbiamo i termini, le parole adatte. Dovremmo ricorrere a giri di parole complicati. Povertà delle lingue moderne? Forse.

    Ma la “QUALITA’ ” del tempo con quale criterio, con quale parola o “unità di misura” possiamo definirla, riconoscerla?

    Nella Grecia antica, ad esempio, ci sono tre figure che rappresentano il tempo.
    Una è Aion, l’eone, il tempo eterno.
    L’altra è Chronos, il tempo che scorre, misurato, che divora l’esistenza.
    E poi c’è il Kairos, l’opportunità.

    Aiòn (gr. “tempo”, connesso etimologicamente con gr. aèi “sempre”): tempo come eternità, come “sempre essente”, distinto dal tempo “chrònos” e dal tempo “kairòs”. Presente nelle fonti antiche, letterarie e iconografiche, come un fanciullo o un ragazzo, con il cerchio dello zodiaco (o un serpente) avvolto intorno al corpo. Eraclito scrive: “Aiòn è un bambino che gioca con le tessere di una scacchiera: di un bambino è il regno del mondo” .

    Chrònos (gr: “tempo”): tempo come successione di istanti, di ore, di giorni, tempo che rovina e distrugge; distinto dal tempo “aiòn e dal tempo “kairòs”. Già nelle fonti letterarie e iconografiche ellenistiche gli attributi mortiferi e distruttivi del tempo-chronos, vengono confusi con gli attributi del dio Kronos, che nel mito divora i suoi figli ma viene poi ingannato ed evirato dal figlio Zeus. In particolare l’attributo del falcetto, strumento della mietitura e metafora della ciclica rinascita delle messi, passa dalla divinità sincretica Saturno-Kronos al Tempo-Chronos, la cui iconografia andrà sempre più identificandosi con quella della Morte.

    Kaìros in greco significa “momento opportuno“. Questa parola si riferisce al tempo e in special modo intende al “momento fra“, cioè quel determinato periodo di tempo in cui qualcosa che cambierà lo stato attuale delle cose sta accadendo. Quell’istante in cui si apre una nuova porta e si deve avere la forza di attraversarla. Si può tradurre come momento propizio, opportunità. Da notare che su una delle colonne di Delfi, i sette sapienti avevano fatto incidere la massima “gnoti kairon”, riconosci il momento giusto.

    Kairos , l’Opportunità, viene interpretato come un fanciullo alato con i capelli lunghi caduti sulle spalle davanti, ma calvo dietro, come a dire che quando il momento favorevole è passato, esso non può essere preso all’ultimo istante per i capelli.

    Se domandiamo: –Che ora è?- le lancette sul quadrante del nostro despota al polso ci indicano un’ora qualunque, di cui il contenuto ci è ignoto, non lo comprendiamo più, ma sappiamo che ci domina. Egli è Chronos, che ci dà una cifra convenzionale, senza comunicazione con le leggi della natura.

    Ma se domandiamo: –Che avviene?- ci sorge un’intuizione luminosa nell’intelletto e scopriamo se è ” il tempo giusto ” dei “rapporti continui”, seppure inavvertiti dalla maggioranza degli uomini, tra il microcosmo e il macrocosmo. Kairos, ha il potere del tempo rivelatore, ci svela il senso, l’importanza dell’ora che volge, ci suggerisce il mistero della reazione a catena che collega le cause agli effetti, il prima al dopo, che immette l’uomo nel cosmo ed il cosmo nell’uomo. Si fonde, senza confonderli.

     

    Nel tempo di Kaìros una preparazione personale, anche meticolosa, può essere completamente sprecata se non si coglie un momento opportuno che “segna” il passaggio all’atto. Ovvero, pur essendoci costruzione continua, preparazione e “allenamento”, bisogna essere aperti per poter cogliere un momento di rottura che precipita la possibilità di mettere in atto ciò che si è preparato.
    Nella contemporaneità tendiamo ad annullare anche nelle attività usuali i “momenti”, ad annoiarci quando non siamo immersi in un fare finalizzato e tendenzialmente materiale.

    Al contrario, penso che la nostra percezione del tempo trarrebbe molto giovamento da un’adesione maggiore al tempo “Kairologico”, sia per una evoluzione personale che per una evoluzione sociale.

    Tratto da hairesis.blog.tiscali.it

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